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11 marzo 2013
IMPRESE A SECCO, NUOVO ALLARME CREDITO: UN TERZO RISCHIA DI LICENZIARE E CHIUDERE

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La Confindustria denuncia una grave emergenza: da oltre un anno lo stock erogato si è ridotto di 46 miliardi. "La stretta creditizia che stiamo vivendo è un evento senza precedenti nel dopoguerra".

Un terzo delle aziende italiane è a corto di liquidità e rischia così di chiudere e licenziare. È il meccanismo infernale del credit crunch, delle banche che non prestano più denaro, di un'economia che si avvita dentro la recessione più grave dal dopoguerra e non riesce a trovare una via d'uscita. L'allarme è stato lanciato ieri dal Centro studi della Confindustria, con uno studio di Ciro Rapacciulo, nello stesso giorno in cui dalla Banca d'Italia arriva la conferma della stretta creditizia: a gennaio si è registrato un calo dell'1,6 per cento dei prestiti rispetto a un anno fa, la flessione più marcata degli ultimi quattordici mesi. "Il paese, soprattutto in questo momento - ha detto il presidente degli industriali, Giorgio Squinzi - ha bisogno al più presto di un governo che dia stabilità e metta a punto i provvedimenti indispensabili per rilanciare l'economia e dare posti di lavoro".

IL BLOCCO DEL CREDITO
La tesi di Confindustria è che l'economia italiana sia bloccata dalla mancanza di credito. Da oltre un anno i prestiti alle imprese sono in continua discesa: -5 per cento rispetto al picco del mese di settembre del 2011. Lo stock erogato si è ridotto di 46 miliardi di euro. "Un evento senza precedenti nel dopoguerra", sostiene il Centro studi di Viale dell'Astronomia. C'è un "circolo vizioso" che blocca il credito che nasce dalle maggiori garanzie imposte alle banche dalle regole di Basilea 3, ma anche da una forte centralizzazione delle decisioni degli istituti di credito che erogano i prestiti sulla base di criteri standard che spesso poco hanno a che vedere con le reali potenzialità di un progetto industriale. Sono le banche che perdono il contatto diretto con il territorio. Dunque la stretta colpisce tutti, quasi indistintamente. Pure le imprese con attività positive. D'altra parte nel corso del 2012 - sono dati questi di Unioncamere - hanno chiuso mille imprese al giorno, 24 mila in più rispetto all'anno precedente, con un taglio di oltre 6.500 aziende industriali, tanto che si sta riducendo il perimetro dell'attività manifatturiera. A favore delle banche, però, parlano quei numeri di Bankitalia che indicano un aumento delle sofferenze bancarie, cioè dei prestiti che difficilmente saranno restituiti: sono passate dal 16,6 per cento di dicembre al 17,5 di gennaio. Anche questa è una conseguenza della crisi.

LO STATO DEBITORE

La fiamma per rimettere l'economia reale in un circolo virtuoso potrebbe accenderla lo Stato. Sono quasi 70 miliardi i crediti che vantano le imprese nei confronti della pubblica amministrazione. Confindustria dice che andrebbero pagati subito almeno i due terzi dei debiti. "Questa liquidità - sostengono gli industriali - avrebbe effetti positivi a catena su tutto il circuito dai pagamenti e restituirebbe fiducia. Ripartirebbero i progetti di investimento accantonati, salirebbero i rating aziendali, favorendo l'erogazione di credito a tassi più bassi". Ma il tortuoso meccanismo messo in atto dal governo per la restituzione dei crediti si muove a fatica e con molti intoppi.

VISCO, NON PIEGARSI ALLE LOBBY DELLA FINANZA
Solo qualche giorno fa l'Abi, l'associazione delle banche, ha detto che la piattaforma elettronica per la certificazione dei crediti non è stata ancora messa a punto. Le promesse dei vari ministri sono per ora rimaste sulla carta. Ed è finita pure la campagna elettorale. Dunque servirebbe un rapporto positivo tra le banche e l'economia reale come tra questa e la finanza. All'interno di regole condivise. "È importante - ha detto ieri il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco - che i regolatori e i supervisori siano attenti a mantenere a debita distanza le lobby del settore finanziario".

 

Fonte: www.repubblica.it

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