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05 novembre 2012
STORIA DI UN UCCELLO "IMMORTALE": IL PAVONE E LA "PAVOLATRIA" TRA ORIENTE E OCCIDENTE (XXIVa parte)

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Durante il Medioevo la giustizia, che normalmente era simboleggiata dall'aquila, ebbe come attributo anche il pavone che godeva, come s'è spiegato, della fama di essere incorruttibile ed eterno; sicché, come osserva lo storico della chiesa Barbier de Montault (1830-1901), nel XIV secolo si usava spesso attribuire agli angeli non ali d'aquila, secondo l'iconografia tradizionale, ma di pavone per sottolinearne l'immortalità. Poteva anche simboleggiare il Giusto per antonomasia, il Cristo, e per riflesso l'uomo giusto e santo che non era minato da alcun vizio, simile alla sua carne incorruttibile, e brillava di tante virtù come la coda dell'uccello che sfavillava al sole. Si diceva che come il canto del pavone metteva in fuga i serpenti, così la preghiera del giusto cacciava il demonio. Il pavone compare spesso nell'ambito dei bestiari moralizzati medievali. Una delle prime menzioni, la troviamo nel "Phisiologus" ("Il Fisiologo"), un'opera redatta in greco ad opera di un alessandrino del II secolo d.C. (probabilmente in ambiente gnostico) e giuntaci in varie redazioni e traduzioni (greche, etiopiche, siriache, armene e numerose latine) tra cui quella di Sant'Epifanio (IV secolo d.C.): «Il pavone è, fra tutti i volatili, un uccello vanaglorioso; è bello, infatti, nell'aspetto e nelle ali. Quando cammina procede esultante e pieno di sé; poi piega il capo e volge gli occhi a terra; nel vedere i suoi piedi strilla in modo sgradevole, e ciò perché essi non corrispondono alle altre parti del corpo. Interpretazione: Tu dunque, uomo spirituale, esulta e rallegrati nel vedere le tue buone qualità; ma quando guarderai i tuoi piedi, ossia i tuoi peccati, piangi davanti a Dio e prendi in odio il peccato così come fa il pavone in modo da apparire giusto davanti allo sposo». Lo scolastico francese Ugo di San Vittore (1096-1141), invece, nel suo "De bestiis et aliis rebus" (I, 55) vede questo uccello, oltre che come vananaglorioso (e sembra quasi che si rifaccia al racconto buddista "Nacca Jātaka"), anche come un animale preveggente (si diceva, infatti, che prevedesse il tempo atmosferico): «Il fatto che alzi la coda se qualcuno lo elogia per la sua bellezza fa pensare a un qualsivoglia prelato preso da vanagloria nell'udire l'elogio che di lui fanno gli adulatori. Quando poi la coda si rizza rimangono scoperte le natiche, e così ciò che viene esaltato per la sua squisita forma muove al riso quando si erge. Bisogna dunque che il pavone tenga bassa la coda perché ciò che il maestro compie di meritevole di lode sia da lui compiuto con umiltà. [...] Il pavone sembra avere delle specie di occhi sulla coda: ciò vuole significare che non v'è vero maestro che non scorga anticipatamente quali pericoli correrà ciascuno al termine della vita». Tema ripreso dal troviero francese Richard de Fournival (1201-1260 circa) nel suo "Li Bestiaires d'amours" ("Bestiario d’amore"), dove l'amante, dopo aver riferito la storia ovidiana di Argo, ammonisce coloro che procedono in amore senza prudenza: «Ma chi non ha prudenza ne resta impoverito nella stessa misura in cui diventa brutto il pavone quando perde la coda. Infatti la coda del pavone simboleggia la prudenza, in quanto la coda, essendo posta di dietro, rappresenta ciò che deve avvenire, mentre il fatto che sia piena d'occhi significa che bisogna stare attenti a ciò che avverrà. Per questo dico che la coda del pavone simboleggia la prudenza». Il tema dell'esame interiore e del pavone chino a guardarsi con gli occhi della sua coda i piedi deformi lo ritroviamo nel "Libro sulla natura degli animali", un testo anonimo composto probabilmente in Italia settentrionale sul finire del Duecento, e di cui riportiamo la versione in toscano antico: «Lo paone si è uno bello uccello con grande coda e è tuta facta a simigliança d'occhi, et ave in se cotale natura ch'elli si driça questa bella coda sopra capo e fanne rota e ponsell'a mente et ave grande vanagloria; et da che ave vanagloriato così, elli si mira li piedi che sono molto laidi, inmantenenti abbassa la coda e torna nyente veggiendo li piedi tanto sono laidi. E sì come lo paone che per li soi piedi che ae lassa la vanagloria della sua coda, lo simigliante denno fare tutti quelli matti homini e matte femene di questo mondo che ànno vanagloria o di loro bello corpo o di loro grande força o di loro ricchesse o di loro figlioli o di loro senno o d'altra cosa che in lui sia. [...] Questo paone quante ch'illi ae la coda con molto occhelli sì significa che homo deve avere provedença de tutte le cose passate; e che provedença de' homo avere de le chose passate ben vel dirò: che l'homo provegga che vita è stà la sua e in chel modo l'ae menata, s'è stà piaceule a Dio u s'è stata spiacevele». Il poeta, medico e astrologo Cecco d’Ascoli (1269-1327) nel bestiario moralizzato contenuto nel terzo volume dell’"Acerba", un’opera enciclopedica di carattere scientifico con finalità didattiche e moraleggianti, fornisce ulteriori notizie derivate anche dalla osservazione diretta. Egli ammette che la carne del pavone, seppure dopo molto tempo, marcisce («ciò che si dice, dico, non è vero / che, morto, lo paon non si corrompa»), contrariamente a quanto ritenuto sull’argomento (cioè che non degradasse mai); sebbene si conservi molto più a lungo di altre carni: «ben si conserva assai, ma non d'agosto / o quanto 'l Sol in Cancro mostra pompa: / di lui s'acorge 'l naso e anche 'l gusto». Aggiunge che si tratta di un uccello che non ama i suoi piccoli. Infatti il maschio segue la femmina per trovare le sue uova e romperle, in modo da potersi dedicare di più alla sua lussuria e temendo ciò, la femmina nasconde le uova, affinché il maschio non le scovi. E per lo stesso motivo quando questi emette delle grida di richiamo, la femmina non risponde, per non svelare il luogo dove cova. Vengono poi mirabilmente sintetizzate tutte le caratteristiche diffuse nei bestiari medievali (l'ultima parte ci ricorda il detto indiano): «Gode di sua bellezza nella rota, / guardandosi a li piè prende tristezza / e allegreza da lui sta remota. / Voce maligna, capo di serpente, / le penne pare angelica bellezza, / li passi del ladrone e frodolente». In conclusione poi Cecco d'Ascoli, dai simboli moralmente negativi del pavone (superbia, vanagloria e lussuria), ne ricava una duplice consolante morale: che la comunità non si lascia a lungo condizionare dal prevaricatore e dal violento; e che ogni bene terreno è illusorio, destinato presto a scomparire con la morte. Anche lo scrittore e poeta Boccaccio (1313-1375) riprende queste simbologie nel suo "Trattatello in laude di Dante" (di cui abbiamo già parlato a proposito del sogno - un pavone - da parte della madre di Dante): «Il paone tra l’altre sue propietà per quello che appaia, n’ha quattro notabili. La prima si è ch’egli si ha penna angelica, e in quella ha cento occhi; la seconda si è che egli ha sozzi piedi e tacita andatura; la terza si è ch’egli ha voce molto orribile a udire; la quarta e ultima si è che la sua carne è odorifera e incorruttibile».

(continua nel prossimo articolo...)

Marco Miosi (antropologo culturale)


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