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15 luglio 2012
STORIA DI UN UCCELLO "IMMORTALE": IL PAVONE E LA "PAVOLATRIA" TRA ORIENTE E OCCIDENTE (XIVa parte)

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Per ritrovare altri esempi dobbiamo spingerci più in la nel tempo. A Pompei, ad esempio, sono stati ritrovati diversi dipinti raffiguranti questo animale: in uno di questi un pavone si liscia le penne nella Casa di Romolo e Remo, in un'altro cammina a grandi  passi nella Casa degli Amanti e in un terzo esempio (adesso al Museo di Napoli) è appollaiato su una staccionata facendo penzolare la sua coda. Ma l'esempio forse più interessante è quello presente sull'insegna pubblicitaria di un grande termopolio, corrispondente alle moderne osterie, con un vasto orto ombreggiato da pergole di vite. Il locale era gestito da un orientale di nome Euxinus e reca come insegna pubblicitaria una fenice con la scritta augurale: Phoenix Felix et Tu. Due pavoni che pascolano su un prato fiorito completano la decorazione (ora conservata al museo di Napoli) e confermano come nella Pompei del I sec. d.C. i pavoni fossero ancora chiaramente  associati, nella mentalità collettiva, ad un esotismo di provenienza orientale. Del resto in una casa del II secolo d.C. a Ratae Corieltauvorum (attuale Leicester in Inghilterra), il nome pavo è scarabocchiato sul dipinto all'altezza del becco presumibilmente perche all'epoca i pavoni non era familiari in quella provincia così settentrionale: questi uccelli furono infatti portati lì proprio dai romani e finora sono stati ritrovati resti di pavone in soli due siti della Britannia romana. Nei mosaici romani il pavone risulta un soggetto iconografico ancora più abbondate: ad esempio, a Baiae un pavone appare appollaiato su una staccionata; in un pannello nella Casa di Dioniso a Nea Paphos (Cipro) e in un'altro proveniente da El Djem (Tunisia) appare la coda completamente spiegata di un pavone (del resto esempi di pavone in questa posa sono presenti persino in oggetti romani di uso quotidiano, ad esempio nelle lampade ad olio in terracotta); un pavone che si appoggia su una zampa sola e con l'altra stringe un frutto scolpito nella parte terminale di un sarcofago (fine III sec. d.C.). Nell'ambito della statuaria, poi, dal Mausoleo di Adriano (76-138 d.C.) proviene un imponente pavone di bronzo che trascina la sua coda (adesso al Giardino de la Pigna nel Vaticano) e Pausania il Periegeta (110-180 d.C.) menziona di aver visto nel Tempio di Hera ad Argos un pavone di oro e pietre preziose, dedicato lì da Adriano. Nella letteratura romana, invece, oltre che in Ennio e Persio (analizzati in precedenza), il pavone compare in diversi autori: per esempio, in Cicerone (106-43 a.C.), nel libro III (capitolo 18) del suo "De finibus bonorum et malorum" ("Sui confini del bene e del male"), scritto nella metà del I secolo a.C., dove la coda del pavone («cauda pavoni») viene indicata, secondo l'opinione corrente dei fisici della sua epoca, come elemento corporeo non utilitario ma ornamentale al pari del piumaggio del colombo e della barba dell'uomo. Il seguace dell'epicureismo e poeta romano Lucrezio Caro (94-50 a.C.), invece, nel "De rerum natura" ("Sulle natura delle cose"), scritto anch'esso nel I secolo a.C., cita il pavone in due passi: «Allora vedresti le barbariche vesti e la fulgente porpora / di Melibea, tinta col colore delle conchiglie tessaliche, / e le auree generazioni dei pavoni, cosparse di grazia ridente, / giacere vinte da nuovi colori // E la coda del pavone, quando è riempita di copiosa luce, / similmente muta, secondo che si è voltata, i colori; / e, poiché questi son prodotti da un certo colpire della luce, / chiaramente si deve credere che non possono nascere senza quella». Anche uno dei maggiori elegiaci, il poeta Ovidio (43 a.C.-17 d.C.), menziona due volte il pavone nelle "Metamorfosi": «Argo, tu giaci disteso; e la luce, che dentro tant'occhi / ti scintillava una volta s'è spenta del tutto! La notte, / unica notte perenne ricopre i tuoi occhi infiniti! / Ma li raccoglie Giunone e li colloca sovra le penne / del suo pavone, a cui empie la coda di gemme stellanti / [...] Gli dei del mare acconsentirono. E Giunone risalì nel cielo / limpido sull'agile carro trainato da pavoni screziati, / screziati solo di recente, da quando era morto Argo, / come di recente tu, che prima eri candido, corvo loquace, / ti sei visto tutt'a un tratto mutare le ali in nere // più superba del pavone che si gonfia, più furiosa del fuoco». Nella sua "Ars amatoria", invece, adopera una perifrasi per indicare questo fasianide divenuto uccello sacro a Giunone: «Non brucia ancora a Pallade e a Giunone / il giudizio del giovane di Frigia? / L'uccello della dea dispiega altero, / se gliele lodi, le sue lunghe penne; / se lo rimiri muto, non le mostra». Del IV secolo d.C. è un passo degli "Epigrammi" di Decimo Magno Ausonio (310-394 circa d.C.), dove il pavone questa volta è oggetto di un processo di transgenderismo: «A Vallebana (l'avventura è nuova; nemmeno i poeti potrebbero crederla, / invece è vera storia) / un uccello maschio si trasformò in femmina / e un pavone diventò una pavonessa davanti agli occhi di tutti [pavaque de pavo constitit ante oculos]».

(continua nel prossimo articolo...)

Marco Miosi (antropologo culturale) 


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