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05 giugno 2012
STORIA DI UN UCCELLO "IMMORTALE": IL PAVONE E LA "PAVOLATRIA" TRA ORIENTE E OCCIDENTE (Xa parte)

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Come ci informa sempre Antifane, Pirilampe (480 circa-413 circa a.C.), un amico di Pericle che agiva come emissario ateniese in Persia, ne introdusse alcuni esemplari (evidentemente acquistati o ottenuti nei territori sotto il dominio persiano) ad Atene nella seconda metà del V secolo a.C., dove si riprodussero e suo figlio Demos, che con amore si dedicò al loro allevamento, si ritrovò così sommerso dalle visite di curiosi e acquirenti di uova di pavoni che venivano fin dalla lontana Tessaglia e da Sparta per vederli, tanto da decidere di fissare un giorno al mese, quello della luna nuova, per le visite a pagamento (questa curiosità ricorda quella degli abitanti di "Baveru" del racconto buddhista prima analizzato). Conscio della esoticità del termine ταώς, la cui aspirata interna rendeva evidente il prestito da una lingua straniera, Antifane preferì utilizzare la perifrasi "uccelli multicolori" per riferirsi al pavone, ed alcuni studiosi hanno suggerito che il camuffaggio serviva ad evitare di risvegliare l'ira dell'audience democratica: per gli ateniesi in generale e per Aristofane (450 circa-385 circa a.C.) in particolare, il pavone simboleggiava il trofeo orientale introdotto nel cuore della Atene classica, tant'è vero che nella sua commedia "Gli Uccelli" li chiama "uccelli persiani o medi" («Sperabene: Sí, per Giove; ma che uccello? Che un pavone sia? ... / Gabbacompagno: Oh, com'è spocchioso e strano! / Bubbola: E si chiama Uccello Medo / Sperabene: Medo! Oh Ercole sovrano! Come mai senza cammello qui volò, se proprio è Medo?»), mentre ne "Gli Acarnesi" gli emissari persiani sono associati ironicamente e spregiativamente con pavoni («Banditore: Gli ambasciatori del Re! / Diceopoli: Che re? Li ho in uggia, io, gli ambasciatori, / ed i pavoni, e le fanfaronate»). Nel V secolo e in seguito anche nel IV secolo a.C. il pavone ad Atene era quindi associato ad un'orientalismo spregiativamente, seppure ironicamente, connotato. Secondo quanto afferma Plutarco (46 circa-127 circa d.C.) nella sua "Vita di Pericle", «si diceva che Fidia accogliesse in casa sua donne libere che poi si incontravano con Pericle. Avendo ripreso questa voce, i comici diffondevano l'accusa circa la sua dissolutezza, incolpandolo di avere una relazione con la moglie di Menippo, amico e collega nella strategia, e di avere interessi nell'allevamento di uccelli di Pirilampe, che, in quanto amico di Pericle, inviava pavoni alle donne con cui Pericle aveva rapporti». Il commediografo Eupoli (446 circa-411 circa a.C.), ad esempio, in un frammento del suo "Astrateutoi" ("Uomini che non hanno assolto il servizio militare") noto anche come "Androgunoi" ("Effeminati"), deriderebbe Pirilampe (ma in mancanza del contesto non è possibile asserirlo con certezza) il quale, ferito gravemente nella battaglia del Delion (424 a.C., durante la guerra del Peloponneso tra Sparta ed Atene), avrebbe avuto quale prospettiva quella di continuare ad allevare pavoni nell'Aldilà: «nel caso in cui dovessi allevare / nel regno di Persefone un pavone come questo / che sveglia gli uomini dal loro sonno». E l'elemento "disturbante" del richiamo del pavone viene anche ripreso da Anassila, un commediografo greco del IV sec. a.C., nel suo "Mangiatoia per uccelli", dove dice: «oltre a tutto questo, i pavoni domestici, fragorosamente gracchianti». Anche il commediografo del IV sec. a.C. Alessi in un frammento della sua "Lampada" sembrerebbe riferirsi a un "amante" di pavoni sulla scia di Pirilampe (ma l'apprezzamento questa volta è culinario) e il riferimento a questi volatili sembra che fosse ormai diventato un "topos" letterario in negativo nella commedia greca, associati all'inutile spreco e ad un lusso di ascendenza "orientale": «che avrebbe dovuto divorare una così vasta somma! / Perché, se (per la terra lo giuro) mi sono nutrito con latte di lepri / E pavoni, non potrei mai spendere così tanto». Della stessa "opinione" sono anche altri due commediografi attivi tra la fine del V e i primi anni del IV secolo a.C.: Strattis, (frammento de "Macedoni" o "Pausania": «di pari valore alle tue molte inezie, / e [ai tuoi] pavoni, che allevi per le loro penne») ed Anassandride (frammento de "Melilotos": «non è un'idea folle allevare pavoni, / quando per lo stesso prezzo si possono comprare due statue?»). Secondo Antifane era quasi impossibile addomesticare questi uccelli e farli accoppiare, perché continuano a volar via e non è possibile spuntare le loro ali senza rovinarne l'aspetto: è per questo motivo (difficoltà di riproduzione e allevamento) che i pavoni rimasero scarsi all'inizio tanto che lo stesso Antifane dice di averne visto vendere una coppia a un prezzo di 1000 dracme (questo prezzo ci ricorda quello attribuito al pavone venduto dai commercianti indiani agli abitanti di "Baveru" del già ricordato racconto buddhista). Sta di fatto che però questi volatili incrementarono di numero gradualmente, tanto che nella metà del IV a.C. sempre Antifane nel suo "Stratiotes" ("Il Soldato"), o "Tychon" riporta: «Quando il primo uomo importò in questa città / una coppia di pavoni, si pensava che fossero una rarità, / ma adesso sono più numerosi delle quaglie;». In Egitto, Heliopolis (celebre per essere la "patria d'origine" della fenice) era un'altra città greca legata all'uccello quando adottò il pavone come emblema cittadino. Non a caso Santa Barbara, nata - o secondo alcune fonti martirizzata - ad Heliopolis nel III secolo d.C. (altri invece la riportano nata in Turchia), viene spesso ritratta con una penna di pavone in mano.

(continua nel prossimo articolo...)

Marco Miosi (antropologo culturale)


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