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07 maggio 2012
STORIA DI UN UCCELLO "IMMORTALE": IL PAVONE E LA "PAVOLATRIA" TRA ORIENTE E OCCIDENTE (VIIa parte)

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In Occidente, invece, il pavone è noto fin dal X sec. a.C. e vi arrivò probabilmente via mare direttamente dall'India nelle navi che trasportavano spezie ed altre merci preziose. Ancor prima che il pavone arrivasse in carne ed ossa nel Mediterraneo è probabile che vi giungessero dall'India le preziosissime penne caudali adoperate quali oggetti mistici e regali da alcune popolazioni dell'antichità quali ad esempio i minoici dell'isola di Creta: uno dei più celebri affreschi minoici è infatti il cosiddetto "Principe dei gigli" (circa 1550 a.C.), posto nel palazzo di Cnosso, che mostra un giovane uomo intento a passeggiare in un giardino; indossa un grembiule corto, una collana di gigli e una corona composta da gigli e piume di pavone. Nel X sec. a.C. i mercanti ebrei e fenici oltre alle rotte mediterranee ed atlantiche seguivano delle rotte marittime che dal Sinai attraversavano prima il Mar Rosso e poi, spinti dai monsoni, si avventuravano fino alle coste sud-occidentali dell'India e dello Sri Lanka: uno dei porti più noti dell'antichità era quello di Muziris (nei pressi dell'attuale Kodungallur) nel Kerala, fondato circa nel 1000 a.C., che vedeva spesso la presenza di mercanti ebrei, tanto che nel 68 d.C. una comunità israelita si installò proprio in questa città per sfuggire alle persecuzioni in patria. A riprova di ciò e della probabile introduzione del pavone nel Vicino Oriente e da qui in tutto l'Occidente ad opera di mercanti semiti vi sono prove sia "storiche" che etimologiche. Nel "Sepher M'lakhim", "Il Primo Libro dei Re", nella parte in cui si narra delle vicende e in particolare delle ricchezze del re Salomone (circa 970-931 a.C.) troviamo il primo ed unico riferimento al pavone in tutto l'Antico Testamento (Re, 10:22): "Lam·me·lech bai·yam, o·ni tar·shish o·ni chi·ram; a·chat le·sha·losh sha·nim o·ni tar·shish ta·vo·v no·se·'et za·hav va·che·sef, shen·hab·bim ve·ko·fim ve·tuk·ki·yim" ("Infatti il re aveva in mare una flotta di Tarsis insieme con la flotta di Chiram [fa riferimento ai Fenici]; e la flotta di Tarsis, una volta ogni tre anni, veniva a portare oro, argento, avorio, scimmie e pavoni"). Tarsis o meglio Tarshish indicava un luogo sul mare, un porto, e da alcuni è stato identificato con la Tarsis della Spagna fenicia, in realtà, visto il contenuto "esotico" delle merci e la notevole durata del tragitto (3 anni, dettati dall'attesa dei monsoni per poterne sfruttare i venti per la navigazione), bisognerebbe pensare al Tamilakam (coincidente con l'India meridionale e l'isola di Sri Lanka): in queste aree, infatti, erano da tempo domesticati gli elefanti indiani (Elephas maximus indicus) e le loro zanne (note col termine ebraico habbim) venivano vendute come pregiata merce sugli empori sia marittimi che dell'entroterra: l'ebraico shenhabbim significa letteralmente "denti di habbim" e hab indicherebbe l'"elefante", i cui cognati sarebbero l'egizio antico 'bw/eb/ābu "elefante e in seguito avorio", il copto ebū, il berbero antico *eu (cfr. tamahaq êlu), il greco antico el-ephas (ma in molti lo connettono con l'ebraico aleph "bue"), il latino ebur/ebos "avorio" (da cui il nostro termine avorio), e andrebbero connessi al sanscrito ibhah "elefante" (da cui è derivato l'indostano ibh) e al dravidico iva/ipam (tamil, "elefante"), di origine incerta: potrebbe essere forse corruzione delle voci dravidiche pallu/pella/pell "dente o proboscide (di elefante)" ed "elefante" (cfr. kannada palla "elefante", telugu pullu "dente", tamil pal "dente"), di probabile origine austro-asiatica dove pal/palo/phluk indicano la "proboscide (dell'elefante)" e per estensione l'"elefante", e poi passato dal dravidico al sanscrito pilu/pila "elefante" e alle lingue semitiche, da dove si sarebbe espanso in epoca islamica (assiro pilu, aramaico antico pīl/pila/pīltā, persiano medio e moderno pīl - da cui: kazaco, pashtu e ossetico pil e armeno piugh/pigh -, arabo fil - da cui: caldeo phil, berbero ifil, curdo, persiano moderno, pashtu, khowar, hindi e urdu, uzbeco, tataro, kazaco, azero e turco fil - da cui: meglenorumeno filu, albanese filj, norreno e islandese fíll e faroese fílun-). Oltre all'avorio, nei porti del Tamilakam, venivano venduti animali particolarmente esotici e richiesti da sovrani e ricchi acquirenti occidentali quali ad esempio le scimmie (in particolare quelle del genere Macaca) che erano e sono tuttora comunissime in India, specie nei dintorni dei templi, dove nutrite e protette dalla popolazione locale, si sono adattate ad una vita di semi-domesticità. Il termine ebraico kof (plurale kofim), infatti, i cui cognati sono l'egizio antico gf/gyf successivamente gwf (gôfë/kafi) ("piccola scimmia", varietà dalla coda lunga portata da lontano e forse facente riferimento agli entelli del genere Semnopithecus diffusi in India), il sumero ugu-bi, l'accadico uqupu/ugubi/agubi/pagū (quest'ultimo forse sumero), l'aramaico (compreso il siriaco e mandaico) qwp/qwpʾ (qop̄/qop̄ā), il greco antico κήβος/κήπος/κειπος (kebos/kepos/keipos), il latino cepus, è stato associato dagli etimologisti al sanscrito kapiḥ "scimmia" ma sappiamo che questo è in realtà derivato dalle lingue dravidiche (tamil kapi "scimmia", forse indicante in origine le specie dal pelo rossastro: ad esempio, nel dravidico centrale come il parji kovva "scimmia dalla faccia rossa" e il gondi kowwē "scimmia rossa"), tanto che si potrebbe pensare ad un prestito diretto all'ebraico (e da questo alle altre lingue "occidentali") da una di queste ultime lingue, vista la zona in cui erano situati i più importanti porti indiani dell'antichità (Kerala), area da sempre baluardo della civiltà dravidica. E' molto probabile che le kofim a cui fa riferimento il passo biblico fossero i cosiddetti macachi dal berretto indiano (Macaca radiata), diffusi solo nel sud del continente indiano, o i macachi dal berretto (Macaca sinica) endemici dello Sri Lanka, entrambi di facile domesticazione come d'altronde la specie dell'India settentrionale, il macaco Rhesus (Macaca mulatta). Il biblista protestante Samuel Bochart (1599-1667) per primo suggerì l'identificazione di Ophir e Tarshish con il Tamilakam, dove i dravidi erano ben noti per il loro commercio di oro, perle, avorio, legno di sandalo (Santalum album) (e non a caso, l'ebraico almug "sandalo" andrebbe accostato al tamil valgu/valgum e al sanscrito valguka "bella pianta" ovvero "sandalo" da valg "bellezza"), cannella (Cinnamomum zeylanicum), pepe nero (Piper nigrum), cardamomo verde (Elettaria cardamomum), curcuma (Curcuma longa), pavoni, scimmie, pappagalli ed altri animali esotici, e ipotizzò che Tarshish dovesse essere corruzione di Thiruketheeswaram, un tempio sito nell'area dell'attuale Kudiramalai (porto sulla costa nord-occidentale dello Sri Lanka). Secondo lo storico inglese James Emerson Tennent (1804-1869), Tarshish andrebbe identificata con l'attuale città portuale di Galle (nello Sri Lanka sud-occidentale) da cui veniva esportata oltre all'avorio, alle scimmie, ai pavoni e ad altri beni di lusso, in particolare la cannella, la cui comparsa in Occidente sarebbe avvenuta grazie al commercio fenicio-ebraico nell'area singalese. A nostro parere Tarshish andrebbe posta nella costa sud-occidentale dell'India piuttosto che nell'isola di Sri Lanka vista l'importanza che aveva nell'antichità la città commerciale di Muziris nel Kerala. Passiamo adesso ad analizzare il termine ebraico tukkiyīm che ha destato non pochi problemi di interpretazione agli studiosi e ai biblisti ed è stato identificato con diversi animali: secondo alcuni indicherebbe un pappagallo (in particolare i parrocchetti del genere Psittacula noti in ebraico moderno proprio col termine "biblico" tukki, che potrebbe essere connesso con il persiano tūta/totī/tooteee e l'hindi totā "pappagallo"), però ormai la gran parte dei biblisti è concorde nell'identificare tukkiyīm con "pavoni", secondo una traduzione del resto presente già nell'aramaico targumico, nella "Vulgata" latina e nella "Syro-Hexapla" (traduzione dell'Antico Testamento dal greco al siriaco). L'ebraico tukki (secondo altri traslitterato tukkiy/tuwkkiy) "pavone", i cui cognati sono l'egizio antico tekh/tekai (probabile prestito da parte dei fenici/ebrei che fecero conoscere questo animale in Egitto), andrebbe così direttamente connesso con una voce dravidica toka/tokai, e in particolare con il termine tamil tōkai/tikai che indicherebbe "ogni cosa che pende", genericamente "piume e piumaggio" e in particolarela "coda del pavone", essendo poi passato ad indicare per estensione l'intero animale, sebbene attualmente per indicare il pavone vengano utilizzati maggiormente altri termini (ad esempio, mijel, maynil, mayūram, sigi, kēkayam); secondo un'altra interpretazione la voce tamil (o secondo altri propria del Malabar e quindi malayam) togai/toghai indicherebbe la "cresta (del pavone)" e quindi sineddocamente  tutto l'animale (il "crestato"), e andrebbe connessa, secondo Max Müller con il sanscrito śikhā/shikha "cresta, ciuffo (di capelli), cresta (del pavone), pavone" e śikhin/śikhaṇḍin "crestato, pavone (ma anche altri uccelli: ad esempio il gallo)", da cui sarebbero derivati il tamil cikai "cresta, ciuffo (di capelli), fiamma, cresta (del pavone)" e sigi "crestato, pavone", oltre al pali sikhaṇḍin/sikhin ("crestato, pavone"), all'hindi shikha "cresta (del gallo o del pavone), pavone" e shikhi "pavone" e al bengalese śikhī "pavone".

(continua nel prossimo articolo...)

Marco Miosi (antropologo culturale)


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