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03 maggio 2010
L’ASPARAGO TRA STORIA, SIMBOLOGIA E CULINARIA (Ia parte)

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Che si tratti della specie selvatica nota anche come asparago spinoso, asparago pungente o asparagina (Asparagus acutifolius), ampiamente reperibile in Puglia oltre che in tutto il bacino Mediterraneo, o della specie coltivata (Asparagus officinalis), i turioni (o germogli) di questa caratteristica pianta delle Liliacee si sono caricati fin dal passato più remoto di forti valenze simboliche e culinarie.

Secondo una delle due più accreditate teorie che spiegano l’etimologia della parola “asparago” essa deriverebbe, per tramite del latino, dal termine greco antico asparagos, a sua volta dal verbo spargao che significa “essere turgido”. E non a caso, dal momento che secondo le concezioni della magia omeopatica, utilizzate ampiamente dalla medicina antica, vige il principio che similia similibus curentur, cioè i simili si curano coi simili. La turgidità cui fa riferimento l’etimo greco rimanderebbe alla forma fallica del turione dell’asparago. Per questo motivo, probabilmente già a partire dai primi “medici-curatori” mesopotamici passando per i romani (Plinio il Vecchio) e giungendo fino al Rinascimento (Durante), i germogli verdi dell’Asparagus spp. venivano prescritti quale potente afrodisiaco. E’ dunque una pianta con proprietà falliche e come tutti gli afrodisiaci si riteneva che favorendo l’amplesso tende parimenti ad ostacolare il concepimento. Dioscoride, medico, botanico e farmacista greco, sosteneva che la radice di asparago portata addosso o bevuta in decotto rende sterili sia i maschi che le femmine, ma il turione, se ingerito, aumenta e provoca i rapporti sessuali. Lo storico dell’Antica Grecia Marcel Detienne ci informa che “gli antichi in molti afrodisiaci vedevano anche degli antifecondativi che proteggevano quasi il piacere dalle indesiderate conseguenze dell’atto genesiaco”.

Per lo stesso ordine di idee nell’antichità, come ci riferisce sempre Dioscoride, si credeva che bastasse sotterrare delle corna di ariete forate e polverizzate perché crescesse questa pianta. L’ariete era, infatti, simbolo di forza e di vigore sessuale in tutto il mondo antico. Gli antichi Beoti, inoltre, come ci informa Plutarco, utilizzavano porre sul capo velato delle loro spose una ghirlanda (stefana) confezionata con i rami dell’asparago selvatico quale augurio di una dolce e serena vita di coppia: “tale pianta produce, tra spine molto pungenti, un frutto assai dolce; così allo sposo che non si lascerà respingere né irritare dalle sue prime asprezze e ritrosie, la sposa offrirà un’intimità tenera e dolce”. La tradizione di queste ghirlande spinose d’asparago, reinventata dalla tradizione popolare cattolica, troverà impiego presso i contadini di molte regioni d’Italia per guarnire i ritratti dei santi e della Sacra Famiglia oppure, intrecciati ad arco, per adornare la capanna del presepe.

È probabilmente grazie a questa forte valenza simbolica che si spiega il successo e la progressiva diffusione dell’asparago in passato. Secondo molti studiosi, quantomeno la specie Asparagus officinalis, sarebbe originaria del Medio Oriente, in particolare della Mesopotamia dove sarebbe stata coltivata fin da 4000 anni or sono. A riprova di ciò vi sarebbe anche un’altra teoria etimologica che connetterebbe il greco antico asparagos con l’antica radice persiana cperegh dal significato di “punta, dentello” e poi anche di “germoglio (di asparago)”. Del resto, tutte le specie del genere Asparagus mostrano un forte adattamento ad ambienti aridi, forte resistenza alla salinità, capacità di ricaccio dopo un incendio, elementi questi compatibili con i climi caldi e secchi del Vicino Oriente.

Gli antichi Babilonesi, gli Egizi, i Greci e i Romani pare fossero ghiotti consumatori di asparagi così come gli antichi indiani che utilizzavano lo shatavari (nome sanscrito dell’asparago) all’interno della medicina ayurvetica. Nell’Antico Egitto tale era l’importanza simbolica di questa pianta che il faraone Ikhnaton e sua moglie Nefertiti proclamarono l’asparago cibo degli Dei e lo collocarono fra i doni che li avrebbero accompagnati nel regno dei morti. I Romani si dedicarono con successo alla coltivazione degli asparagi e, come ci informa Catone il “Censore”, si preferiva piantarli in terreni umidi accanto alle canne: non a caso il litorale ravennate divenne il massimo produttore ed esportatore di asparagi “dalla polpa tenerissima” (secondo una felice definizione del poeta Marziale). L’associazione simbolica asparagi-canne (Arundo donax) sembra essere alquanto antica (come attesta anche Galeno) se esiste persino un mito greco che ne parla: “la bella Perigune, per sfuggire a Teseo, si nascose un giorno in una macchia di canne e di asparagi selvatici. Qui implorò i vegetali di non farla vedere a Teseo e, se questi l’avessero fatto, gli promise che mai più li avrebbe tagliati o bruciati. I suoi discendenti, gli Iossidi, ereditarono da Perigune la promessa e a queste due piante tributarono un vero e proprio culto”.

(continua nel prossimo articolo...)

Marco Miosi (antropologo culturale)


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