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30 aprile 2010

PARCHI FOTOVOLTAICI: BOOMERANG PER L’AGRICOLTURA

Da qualche settimana c’è un gran parlare di fotovoltaico in Puglia. Soprattutto dopo la pubblicazione degli ultimi dati sulle nuove richieste d’installazione. Numeri rilevanti quelli pugliesi, dato che si parla per i primi mesi 2010 di richieste pari a 405 Mw diffusi su circa 1000 ettari di territorio (nell’intero 2009 la richiesta era stata di 738 Mw su 2214 ha). Con questi numeri già oggi la superficie impegnata in Puglia ha raggiunto la somma dell’intera  superficie italiana, una sperequazione ancora da quantificare in termini di sostenibilità. La rapidità delle autorizzazioni è l’elemento chiave per comprendere il business del fotovoltaico nel tacco d’Italia. I tempi di approvazione e/o esclusione della domanda diventano cruciali per l’efficacia dell’investimento, soprattutto ora che i margini del conto energia andranno decrescendo. In Puglia, grazie anche ad uno snellimento delle procedure, le risposte, sia positive che negative, sono garantite in tempi brevi. Da qui una pioggia di richieste non solo di privati cittadini (come sarebbe auspicabile) ma soprattutto di grandi fondi d’investimento internazionali, con richieste di installazioni mediamente nell’ordine di 40 megawatt. Con questi presupposti è nata nei giorni scorsi una vera e propria querelle tra Arpa Puglia e Assessorato alle Attività Produttive. Il direttore dell’Agenzia – Giorgio Assennato – ha denunciato il rischio di un vero e proprio sconvolgimento del paesaggio rurale pugliese. Soprattutto laddove i grandi parchi fotovoltaici ricadono in aree ad insediamento agricolo con i rischi connessi. D’altra parte il rischio per la Regione è molto elevato, un’esposizione patrimoniale per le PA insostenibile nel caso di ricorsi da parte di aziende che si sono viste rifiutare le proprie richieste di nuove installazioni.

 

Ma quali sono i rischi reali per i nostri terreni? Il problema reale nasce nel momento in cui abbiamo intere aree a vocazione silvicola o agro-pastorale “convertite” per usi energetici. In particolare laddove si crea una forte contiguità tra i grandi parchi fotovoltaici. In quel caso si potrebbe avere una sommatoria di rischi di natura idrogeologico e paesaggistico non di poco conto, un aumento del rischio desertificazione, un impatto sulla fauna selvatica, zone d’ombra che stravolgono la flora ecc..ecc....Nel Salento, solo per fare un esempio, abbiamo circa 800 istanze presentate su 68 comuni per l’installazione di pannelli di silicio a terra. La grande differenza è proprio nell’integrazione del pannello, in quanto se si integrassero a strutture preesistenti, come stalle o impianti a serra, i problemi legati alla tutela dei terreni verrebbero meno, la produzione energetica diverrebbe complementare all’attività agricola e si avrebbero evidenti vantaggi in termini economici e sociali. Due economie e non una sola, nella logica di una vera democrazia energetica.

 

Ma qual è la formula magica per i nostri agricoltori? Dipende dalla natura dell’investimento e dalla logica dell’impianto. In primo luogo bisogna sottolineare che ogni qualvolta si destinano terreni agricoli per fini energetici si compromette quasi irrimediabilmente la fertilità degli stessi con dei costi, che se pur non quantificabili nel breve periodo, hanno un impatto anche sull’impresa agricola e sull’eventuale ritorno all’attività primaria. In secondo luogo il contratto di locazione, variabile tra i 2000 e i 5000 mila euro a ettaro/anno. Questo guadagno non risulta paragonabile con una qualsiasi produzione colturale. Soprattutto per il fatto che ogni imprenditore che concede il proprio terreno per usi energetici non è esentato dal pagamento di tasse (non si ricavano utili esentasse). Anzi il ricavo derivante dall’affitto dei terreni viene sottoposto alle normali aliquote Irpef allo stesso modo degli affitti per l’installazione di antenne  televisive e di telefonia.

In terzo luogo la scelta del legislatore di integrare queste attività come parte del reddito agrario. Con la circolare n.32/E del 6 luglio 2009 il legislatore ha infatti specificato che la produzione e la cessione di energia elettrica e calorica da fonti rinnovabili, agro forestali e fotovoltaiche (…) costituiscono attività connesse e si considerano attività produttive di reddito agrario inserito tra le voci che compongono il reddito. Questa integrazione vale tuttavia solo per quella energia direttamente realizzata dall’imprenditore (concetto di scambio sul posto), e per una potenza che non superi in ogni caso la potenza di 200 Kw totale e con un volume d’affari, derivante dall’esercizio dell’attività agricola, superiore a quello realizzato attraverso la produzione e cessione di energia fotovoltaica (se eccedente la franchigia dei 200 Kw). Tutti questi limiti, possiamo concludere, rendono vantaggioso l’investimento per l’imprenditore non certo attraverso la nascita di grandi parchi fotovoltaici, piuttosto con l’integrazione dei pannelli nelle strutture aziendali preesistenti. L’impatto ambientale dei grandi parchi fotovoltaici è tra l’altro uno dei  maggiori pericoli per il degrado delle nostre campagne ed un ostacolo alla valorizzazione delle nostre produzioni. 

 

Francesco Pasculli