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23 Marzo 2011
Newsletter SciaNet n. 119
Sommario
I LAVORI DELLA SECONDA ASSEMBLEA INTERREGIONALE DI TURISMO VERDE IN PROVINCIA DI LECCE 
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Si è tenuta l’altro ieri la seconda Assemblea interregionale (Campania, Puglia, Molise, Calabria, Basilicata, Sicilia e Sardegna) di Turismo Verde, in preparazione dell’Assemblea elettiva nazionale. L’incontro relativo alle Regioni del Sud, si è svolto presso la masseria agrituristica “Casa Porcara” in provincia di Lecce, che dal nome ricorda l’antico allevamento brado dei maiali e che è stata protagonista della grande evoluzione agricola del territorio, dalla coltivazione del grano e del ...
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RINNOVABILI: ANCORA TANTE LACUNE,BISOGNA DARE CERTEZZE AGLI AGRICOLTORI 
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Il presidente della Cia Giuseppe Politi scrive al ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani sul decreto legislativo. Servono chiarimenti soprattutto per quello che concerne il fotovoltaico e i terreni abbandonati. La Confederazione disponibile ...
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UN CASO DI AZIENDA BIO: LA IAZZO TORRETTA 
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L’azienda agricola IAZZO TORRETTA è ubicata in uno dei più suggestivi scorci della Murgia pugliese in agro di Santeramo in Colle (Bari). È condotta da un giovane agricoltore che produce sì prodotti biologici e tipici di eccellenza, ma che è ...
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I FICHI SECCHI NELLA TRADIZIONE DEL CAPO DI LEUCA 
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In quell’estremo lembo del Salento che va sotto il nome di Capo di Leuca (u Capu) in passato la lotta del contadino locale è stata particolarmente dura, in primo luogo per la presenza della malaria in vasti tratti della costa e delle immediate vicinanze di essa e in secondo luogo per le caratteristiche pedo-geografiche del territorio: affiorano diffusamente sui rilievi collinari e sulla scarpata delle “Serre” i calcari dolomitici di solito molto compatti e tenaci (ad esempio i calcari di Melissano) che hanno da sempre ostacolato le attività agricole. L’isolamento geografico della sub-regione, poi, ha contribuito a inasprire le condizioni socio-economiche favorendo la persistenza di diversi “arcaismi” culturali: i dialettologi, ad esempio, sanno bene come a partire da Maglie fino a Santa Maria di Leuca, molte delle innovazioni “linguistiche” (provenienti da nord) non siano mai arrivate e, di conseguenza, il dialetto si conserva oggi come complessivamente più arcaico rispetto ai dialetti salentini centrali (leccese) e settentrionali (brindisino). Da un punto di vista lessicale, in particolare, si rinvengono le parole più antiche: per dire “lucertola”, per esempio, gli abitanti del Salento meridionale utilizzano il termine “sarica/sarvica/strafìcula” derivati dal greco “sàura/saurìca”, mentre, i salentini centro-settentrionali e quelli posti nell’area di confine con i dialetti baresi, il lemma “lucerta/lucertula”, di chiara derivazione latina (“lacerta”). Possiamo quindi dire che il Salento meridionale conservi meglio l’eredità greca (più antica), rispetto all’area centro-settentrionale (geograficamente e storicamente più aperta alle influenze “moderne”). Tutta la ricchezza culturale greco-antica e bizantina non si è conservata solo in alcuni elementi del dialetto, ma ha permeato vasti tratti della vita locale. Eppure, elemento determinante per la ri-plasmazione antropica del paesaggio del Capo di Leuca, così come ancora si presenta ai nostri occhi, è stato l’instaurarsi del feudalesimo in epoca medievale e il suo permanere fino al XIX sec., quando, il sistema del latifondo e della masseria (caratterizzato da un’economia estensiva pastorale ovi-caprina e solo parzialmente cerealicola) ha ceduto il passo ad una progressiva parcellizzazione delle grosse proprietà agro-fondiarie di origine feudale: queste sono state concesse in enfiteusi a piccoli contadini locali che, con lo spietramento, il disboscamento della macchia mediterranea e il dissodamento, hanno creato nuove geometrie nel disegno del paesaggio agrario. Le pietre, elemento di scarto della messa a coltura, vennero impiegate utilmente oltre che per l’erezione di muretti di confine, per la creazione di una serie di elementi funzionali alle attività agricole: dagli ormai  “turisticamente pittoreschi” ripari in pietra a secco con copertura a tholos (pajare), che qui raggiungono la massima densità (70-80 esemplari per Kmq) di tutto il Salento, ai forni di campagna (furneddi) ai pozzi (puzzi) passando per le corti cintate (ncurtaturi/curtali). Queste microproprietà fondiarie (beneficati), erano caratterizzate primariamente dalla coltura dell’ulivo che, però, fruttificando dopo molti anni, necessitava di essere affiancato da altre colture di rapida produzione che permettessero alla famiglia di coltivatori di nutrirsi per buona parte dell’anno e di ripagarsi dalle fatiche del lavoro: oltre al grano, orzo e alle leguminose che venivano seminate alternativamente, la pianta stabile che si affiancava all’ulivo era il fico, capace di dar frutto abbondante in pochi anni, vera e propria manna per i contadini pugliesi e in particolare per quelli del Salento meridionale. Ad agosto, in occasione della raccolta dei fichi, l’intera famiglia di contadini si trasferiva temporaneamente dai piccoli centri abitati di residenza (tipici non solo del Capo di Leuca ma di gran parte del Salento) nel piccolissimo appezzamento di propria pertinenza, pernottando nelle pajare in pietra a secco, che venivano per l’occasione arredate con poche ma funzionali masserizie: letti, tavolo per la mensa, treppiedi per cucinare...
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ASSOCODIPUGLIA: BOLLETTINO AGGIORNATO AL 23 MARZO 2011 
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Di seguito pubblichiamo il notiziario agrometeorologico e fitosanitario dell’ASSOCODIPUGLIA (Associazione Regionale Consorzi Difesa Puglia) valido dal  23 al 29 marzo 2011....
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